Clubhouse e il ritorno all’oralità. In formato digitale

In queste settimane è praticamente impossibile non imbattersi in discussioni su Clubhouse. Il film è di quelli già visti altre volte: un nuovo servizio irrompe nella galassia digitale, attira early adopter, influencer e semplici curiosi e diventa per qualche tempo l’argomento del momento. Nel caso del social network lanciato negli Stati Uniti ad aprile, la dinamica è se possibile ancora più virale complice il sistema di accesso a inviti che lo ammanta di un’aura di esclusività.

Il moltiplicarsi di conversazioni sulla novità del momento spesso porta a percepire il nuovo arrivato come la rivoluzione copernicana della comunicazione digitale. Con altrettanta frequenza, alla fine il social del momento conquista poi in realtà limitata o nessuna importanza nell’ecosistema digitale. La storia dimostra che, dopo gli entusiasmi iniziali e tanto discorrere, saranno gli usi reali (e la capacità di monetizzarli) a determinare il successo o il fallimento di una piattaforma. Secondo Vincenzo Cosenza, ad esempio, il futuro di Clubhouse si giocherà sulla capacità di mantenete un vantaggio competitivo, su contenuti e moderazione (lo spiega qui, insieme al funzionamento della piattaforma).

Eppure, qualunque sarà il futuro di Clubhouse (su cui non ho alcun titolo per esprimermi: non uso iPhone, non ho scaricato l’app, non ho cercato inviti, quindi non posso dirne nulla di sensato), mi pare che in questo caso la discussione presenti realmente almeno un elemento di interesse. Legato non al nuovo social in sé, ma a una tendenza generale di progressiva affermazione dell’audio nel digitale. La crescente diffusione di audiolibri, podcast e servizi dedicati allo streaming musicale, il fenomeno Asmr, ma anche i comandi vocali dati a Siri o ad Alexa sono solo differenti manifestazioni di un processo che non ha smesso di crescere dagli mp3 ai nostri giorni e che sembra destinato a giocare un ruolo decisivo nella comunicazione e nell’industria della produzione/fruizione dei contenuti del prossimo futuro. Una bella ricerca di Stefania Parmeggiani (pubblicata da La Repubblica il 7 febbraio, disponibile online qui) ha recentemente quantificato i volumi d’affari legati a quella che la giornalista ribattezza audio revolution, ma soprattutto ha messo in evidenza la portata antropologica e culturale del richiamo tecnologico dell’oralità.

Un richiamo dal fascino quasi archetipico. Lo psicologo Julian Jaynes ha da tempo spiegato come anticamente graffiti, scrittura e incisioni diventassero vere e proprie allucinazioni uditive: è solo nel IX secolo che la lettura è diventata silenziosa. Confrontato con i linguaggi visivi, invece, l’audio è invece in grado di assicurare un maggior coinvolgimento. “La vista isola gli elementi, l’udito li unifica – spiega nel suo pezzo Stefania Parmeggiani citando l’antropologo Walter Ong. Mentre la vista pone l’osservatore al di fuori di ciò che vede, a distanza, il suono fluisce verso l’ascoltatore. A differenza della vista, che seziona, l’udito è dunque un senso che unifica”. La voce è presenza, l’impulso originario della nostra specie è a comunicare oralmente. Un impulso che rivive ogni volta che a un bambino si racconta una storia o nella magia delle rappresentazioni di attori o cantastorie.  E che è emblematico delle potenzialità comunicative dell’oralità digitale.

Indipendentemente dal futuro di Clubhouse o del prossimo social del momento, è a questa tendenza che vale davvero la pena prestare attenzione.

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